Dolore, il diritto all’ascolto che ancora non c’è

Un lupo sdraiato sul fianco sinistro nella neve di un declivio montano, sofferente, con la zampa anteriore destra intrappolata in una tagliola. Il lupo ha la testa girata a destra e guarda davanti a sé. Sulla neve c'è qualche macchia di sangue.

Negli ultimi anni l’attenzione al trattamento del dolore è cresciuta e nella malattia oncologica o nel fine vita si riesce a rispondere in modo efficace per lenire le sofferenze. Ma la strada è ancora lunga per il dolore di chi deve convivere con la malattia mentale.

“Non c’è un perché, solo qualcosa che manca, la pazzia è questa mancanza, è il pezzo tagliato via, prezioso, insostituibile.

E fa male.

Siamo lupi nella tagliola, che continuano a correre.” (Stefano Benni – Prendiluna)

Lo ammetto, per me è un chiodo fisso quello di cercare, in prima persona, di avere contezza del dolore dell’esistenza, quello di cercare di capire prima e comprendere poi, in definitiva, che cosa sia, da dove arrivi e in cosa consista tutto questo peso che ci portiamo dentro. Il mio maestro, al solito, come scrivo spesso, mi ha sempre esortato a cercare di trovare le risposte non tanto nella manualistica, ma nella letteratura, nell’arte, nel teatro, nella musica, insomma in tutte quelle discipline che, forse, nascono proprio per cercare di colmare quel vuoto, di rappresentarlo, senza sfuggire la sfida della complessità, accettando che ovunque si cerchi di spostare il fascio di luce si produrranno comunque nuove ombre, nuovi angoli cechi.

Il cammino della clinica delle malattie mentali arriva da lontano e volge lo sguardo in avanti. Spesso la questione del dolore, della fatica, della convivenza con la mancanza è stata poco considerata. In generale il dolore, quello fisico, neurologico, oncologico, in medicina ha avuto un riconoscimento tutto sommato tardivo; in parte per colpa della farmacopea a riguardo e in parte per una certa ritrosia da parte della classe medica nell’occuparsi di qualcosa che inevitabilmente avrebbe portato a un avvicinamento della relazione tra medico e paziente, a un rischio di transfert, di identificazione. Il dolore del parto addirittura era considerato normale e assolutamente fisiologico, quasi un sacrificio necessario per mettere al mondo un’altra vita.

Dunque, dolore a statuto speciale, datità trascurabile, da gestire solo quando la combinazione tra dolore e personalità del paziente rendeva ingestibile e molesta la situazione; sedare la persona, contenerla, allontanarla: la persona, e non il dolore che portava in sé.

Se però, almeno nell’attualità, noi oggi assistiamo a un notevole sviluppo nel trattamento del dolore, se riusciamo anche nelle dimensioni più acute della malattia oncologica o nelle ultime fasi della vita a rispondere in modo efficace, aggredendo il dolore e lasciando in qualche modo “in piedi” la persona, senza dunque buttare l’acqua sporca con il bambino, ancora lunga è la strada per riconoscere prima, comprendere e cercare di trattare dopo, il dolore di una esistenza che deve per forza convivere con la malattia mentale. Quanto è difficile convivere col drago, quanto è complesso cercare di ritagliarsi momenti di rara felicità da praticare senza troppo rumore, senza cantare vittoria perché si sa, se si sveglia il drago…

A me pare che la questione più complessa – e anche la sfida che personalmente trovo più affascinante e dotata di senso – sia proprio quella di dare dignità al dolore, di creare situazioni in cui le persone possano urlare la propria pena e ricevere un ascolto che prima di tutto comunichi loro il diritto di urlare e di farsi sentire.  Allora, la persona che a volte la notte mi chiama dicendomi che lo sa che disturba ma si sente troppo sola e ha bisogno di dirlo a qualcuno, quella persona, quel naufrago fatto della stessa sostanza mia, che sa il mio odore, che ha lacrime salate come le mie, un cuore indomito che non lo fa dormire e che non vuole mollare, allora quella persona che poi di giorno cercherò di aiutare con gli strumenti della clinica e del mio mestiere, nel silenzio della notte, nelle paure che le tenebre amplificano, mi ripete con passo di Giava, che siamo lupi nella tagliola che continuano a correre, e già da qui comincia il processo di cura, dalla sensazione che qualcuno mi ascolta e cerca di immaginare ciò che provo.

già pubblicato su @fuoritestata

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