SE LA CREMA PASTICCIERA DIVENTA QUESTIONE DI VITA O DI MORTE


Il format televisivo che drammatizza le gare di aspiranti cuochi è un insulto all’intelligenza e a chi sopporta vere sofferenze 


Tre persone improbabili: un palestrato con tatuaggi maori e bicipiti da decatleta, la ragazza che viene dal sud sempre con quel congiuntivo, l’orientale naturalizzata italiana con la lacrima facile che legge la lettera del padre.
Un solo elemento comune: un grembiule blu, un grembiule da pasticciere.

Siamo alla finale del reality del momento, la sfida dei pasticcieri. Io che arrivo da un paese di campagna ho sempre pensato che il pasticcere fosse un bel mestiere, piuttosto tranquillo, fantasioso e creativo. Da psicologo poi ho sempre pensato che cucinare, in tutte le sue declinazioni, rappresenti un modo di entrare nel tempo, di crescere, di prendersi cura.

A giudicare invece dal format e dalla spinta del programma sembrerebbe che sia una questione di vita o di morte, una scalata verso il paradiso, e che ci sia posto per uno solo.
Già, facendo eco ad Highlander verrebbe da urlare «ne rimarrà soltanto uno». Ne rimarrà soltanto uno: ancora una volta la bizzarra classifica in cui si può arrivare solamente primi o ultimi, senza vie di mezzo.

Al primo si aprono le porte dell’olimpo mentre agli altri l’oblio eterno. E poi c’è lui, anzi Lui, il maestro, il guru, il semsei: grembiule nero come nel kung-fu, occhi da sergente Hartman e un cinismo da fare impallidire un ispettore della Stasi.
Esperto in arte pasticciera ma anche maestro di vita, esperto di politica, opinionista, costituzionalista.
Poi il pensiero vaga e cerca un approdo… Provo disorientamento verso tanta liturgia e attenzione riservata a quella che alla fine è una gara tra cuochi, una sfida in cucina.
Alla fine si tratta sempre di stare attenti a non smontare la panna o a lasciar bruciare la torta, ma questo pensiero fa addirittura fatica ad emergere.

Qualsiasi pensiero che cerchi di riportare ciò che si vede alla banalità da cui in fondo proviene sembra impuro, controcorrente, addirittura empio.
Allora temo persino di parlare perché non voglio sporcare la sacralità che avvolge il momento, sarebbe come cantare a squarciagola Only you durante l’Offertorio in chiesa: fuori luogo, fuori campo, fuori tempo.

A pensarci bene però che bizzarra società abitiamo, quali capovolgimenti dei pesi e delle misure condividiamo, a quali follie ci esponiamo.

Al confronto il Processo del lunedì sembrerebbe essere un seminario di filosofia morale, un documentario del National Geografic.
Allora mi chiedo: cosa ci serve per riportare la barra al centro, per tornare ad essere normali, umani?
Cosa ci serve per capire che le lacrime vanno tenute per i momenti difficili, per i bambini che muoiono sotto le bombe, per i poveri Cristi che muoiono come i topi sui barconi?
Possiamo almeno darci il permesso di relegare il banale al banale? Di dire che i tre aspiranti pasticcieri sono un insulto all’intelligenza, uno schiaffo davanti a ciò che succede nel mondo, un rutto di chi ha la lancia troppo piena e la pancia troppo vuota?

A pensarci bene se siamo in grado di darci questi permessi, a conti fatti forse il programma ha proprietà terapeutiche e, come certe cure omeopatiche, desta in noi una reazione catartica inaspettata.
Ma magari si tratta solo di un picco glicemico.

®️già pubblicato su: www.fuoritestata.it 


1 commento

  1. Il dolore il dispiacere e il pianto sono emozioni personali e relative però. Vengono dal nostro ” di dentro” , emergono come reazione al toccamento di un punto interiore e solo nostro. E poi perche ci dovrebbero far piangere avvenimenti lontani da noi quando magari nemmeno quelli a noi vicini si rivelano per noi minimamente struggenti? Possiamo trarre proprio da De Crescenzo l’esempio: non è di fronte alla morte del padre che piange Bellavista, ma di fronte a ciò che per lui significano interiormente ,ad esempio, i vecchi occhiali del padre! Come possiamo noi sapere che corde una vittoria o una sconfitta possono toccare in una persona , a fronte di tutto il suo vissuto, le sue fatiche , i suoi sacrifici? Certo ciò non toglie che in generale dovremmo dare il giusto….( o forse il vecchio) valore di una volta alle cose della terra . Però mi pare una impresa dura tornare…. indietro ; non sono solo queste trasmissioni che ci danno il senso dell’ indirizzo che abbiamo ormai preso …dire ” che stiamo prendendo ” e persino anacronistico!

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