
Che ruolo hanno nel nostro vivere il ricordo e la dimenticanza? Nella perdita, la paura più grande è quella di scordare, di essere scordati. Di non avere più un posto nel cuore.
Comunque, non aver paura
ogni tanto
di venire a trovarci
appena puoi, se puoi
torna da noi
a chiederci come va
ti prego,
non morire definitivamente
Mi ha molto colpito questa poesia che Paolo di Stefano, scrittore, storico e poeta, ha dedicato alla madre, scomparsa alcuni anni fa.
Nella mia mente si accompagna a Gesualdo Bufalino, quando dice «Io che di ricordi mi ammalo, coi ricordi mi curo», e mi dà l’occasione di riflettere sul valore del ricordo e sui tanti risorgimenti che dal ricordo emergono.
Come unguento che emerge dal dolore-del-ritorno (nostos algos) che è la nostalgia, come zattera che ci impedisce di affondare nelle pericolose acque del prima, del «se avessi fatto», del «se fosse stato»… Il ricordo ci assicura che niente è perduto se possiamo conservare traccia, se ci rimane nella mente qualcosa.
Così, quando arriva lo smarrimento, quando la sera le ombre si allungano e tutto sembra perdere colore, allora andiamo a prendere nella mente — o meglio ancora nel cuore — ciò che ci può scaldare e ci può dare senso.
Se ci pensiamo, si tratta di due parole che rappresentano i luoghi nei quali archiviamo i fatti dell’anima: dimenticare e scordare rappresentano in qualche modo il «non trovare più qualcosa», ma mentre il primo non trova le cose nella (della) mente, nello scordare il luogo elettivo diventa il cuore.
Scordare dunque è un movimento che riguarda il cuore, che ha il sapore del sangue e non l’esattezza della ragione.
Dimentico una teoria, dimentico una informazione mentre invece scordo un volto, una persona amata, uno sguardo.
Nel lutto, nel dolore della perdita, per ciascuno di noi la paura più grande è quella di scordare la voce, il viso, gli occhi, il sorriso o, nel caso si tratti di noi, di essere scordati, non avere più posto nel cuore di qualcuno.
Mi sembra che il poeta ci voglia ricordare che ci sono due modi di guardare alla morte: una è la morte fisica, fatto ineluttabile e per certi versi di natura, per effetto delle regole del gioco; ma poi si continua a vivere, a essere vivi a tutti gli effetti fino a quando c’è un cuore che possa contenere la nostra vita, le risate, gli sguardi, i sospiri.
Il pericolo maggiore, la peggiore delle paure è non sopravvivere nel cuore, essere dunque privi di un luogo ove continuare a esistere e dunque essere morti definitivamente.
Forse, allora, bisognerà riavere il coraggio di parlare di vita e di morte, di legami che non si spezzano perché uno dei due cuori smette di battere. Ma per poterlo fare occorrerà uscire dall’eterno presente di una vitalità a due dimensioni, recuperando il legame che unisce il caldo col freddo, la luce con la tenebra.