
Quando capiamo da dove arrivano il disagio, il malessere, la sofferenza, pensiamo che il lavoro sia fatto. In realtà, quello è solo l’inizio della strada che ci porta verso il nuovo “noi”
«Non lo mandare sulla terra, te lo racconto io come stanno le cose…». Così, un empio Roberto Benigni ci racconta l’incarnazione, in uno dei suoi interrogativi più interessanti. Che senso ha l’incarnazione? Perché Dio, nella sua onnipotenza, ha dovuto mandare sulla terra suo figlio? Che senso hanno la sofferenza, il martirio, la croce?
Domande complesse che sicuramente richiedono riflessioni e meditazioni altrettanto complesse, definitive, che non ho la tracotanza di saper affrontare. A volte, però, pensando alla storia dell’incarnazione e volendo portarla a terra, volendo cercare di esplorare almeno la portata umana di questa partita, a me sembra che tutto questo possa rappresentare la fatica di passare dal pensare al cambiare atteggiamento, dal dire al fare.
Certo, «tra il dire e il fare…»: penso a tutte quelle volte che la domenica si decideva di iniziare la dieta di lunedì, tutte quelle volte che si diceva «da domani…». Il verbo che si fa carne, a mio modo di vedere, rappresenta la fatica di passare da un piano in cui sentiamo di aver capito la radice dei nostri comportamenti a quello più faticoso e complesso in cui riusciamo a fare i conti con la resistenza, il vento contrario, il cambiamento degli sguardi intorno a noi, a tutto quello che comporta un cambiamento vero e proprio.
Quante volte le persone che vengono da noi, nella stanza della terapia, pensano di essere cambiate per il solo fatto che hanno capito la ragione dei loro conflitti, la radice delle loro tensioni più profonde.
Ecco invece che, dopo questa operazione, dopo l’atto del capire, ci tocca di portare la parola, il verbo, nella carne, nella pancia, faticosamente attendere di fare i conti col dolore, con respiro affannoso, con la vertigine del non saper dove andare e che cosa fare e poi, lentamente e timidamente, approdare verso quell’altro da noi presso il quale dimorare.
A conti fatti, il cambiamento si presenta dunque non come la fulgida luce di un rapido insight cognitivo ma come il lento e faticoso progredire della digestione delle idee, come quel ruminare che passa dalla testa alla pancia, che passa dall’icona di un cambiamento ideale allo schizzo più reale di qualcosa che sa di carne e di sangue, di nervi e di muscoli, che ci porta verso il nuovo “noi”.
Dunque, la partita vera e propria non sta nel capire e nelle sue seduzioni, nel parlare e nelle sue vertigini; l’approdo è un nuovo mondo in cui, a dispetto della perfezione delle teorie, impariamo quotidianamente l’arte dello stare in equilibrio, del navigare senza meta, dello stare nell’incerto.
Che poi proprio questa sia cosa migliore, starà a noi cercare di capirlo.