Trump sul lettino: un’ipotesi kleiniana

Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae Donald Trump da bambino.

Dalla Groenlandia ai dazi: quando il potere incontra le angosce primitive. Un viaggio immaginario, ma non troppo, nel mondo interno di un leader che ha paura del vuoto.

È venerdì mattina e, come di consueto, siamo intorno al tavolo per la nostra riunione di redazione. Una domanda emerge dal caos che da mercoledì sera ha scosso i mercati internazionali: e se Donald Trump chiedesse una terapia? «Impossibile!», interviene qualcuno: «Non busserebbe mai a quella porta!». È vero, non lo farebbe, ma si insiste: «E se fosse?».

Per noi, psicologi e psicoterapeuti, la tentazione di comprendere è forte, e allora ipotizziamo…

Steso sul lettino, il presidente prenderebbe a raccontare le sue visioni, i sogni, le speranze, le paure. «Ho pensato di comprare la Groenlandia». («È in vendita?», chiederebbe interessata e curiosa l’analista). In un’altra seduta, mostrerebbe orgoglioso una sua sconcertante visione onirica («Trump’s Gaza is shining bright, golden future, a brand new life»): un video su Gaza trasformata in lussuoso parco giochi/resort, con approdo su spiagge dorate. Oppure, forse, le prime sedute sarebbero incentrate sul racconto di quei Paesi «sleali» che hanno «stuprato e saccheggiato» la sua patria e dei dazi che si è visto costretto a imporre a tutti (a chi più e a chi meno, secondo logiche di giustizia, oggi, per lui più che necessarie).

Tutto questo, inizialmente, ci conduce, a me pare, al concetto di avidità kleiniana.

Non stiamo parlando di desiderio o ambizione, ma di un impulso più arcaico e pervasivo, che nasce dalla paura di non avere abbastanza, dal convincimento di non essere saziati a sufficienza e, anzi, di essere privati di qualcosa di vitale e dalla smania di procurarsi sempre, e sempre più, “cose buone” (beni materiali, risorse, privilegi, vantaggi).

Riuscire a ottenerle «costituisce una dimostrazione che noi stessi siamo buoni, e ricolmi di bene e perciò degni, a nostra volta, d’amore, di rispetto e di stima». Queste cose buone sono vere e proprie prove e rassicurazioni, di fronte «alle paure di vuoto interno e di impulsi cattivi», per i quali si temono intimamente castighi e rappresaglie (Odio, amore e riparazione, Klein-Riviere).

Il pensiero delirante di essere stato scelto da Dio improvvisamente assume un senso!

L’altro, dunque, non è un interlocutore con cui costruire un legame o una relazione dialogica, ma un oggetto da possedere, un grande seno materno da usare e svuotare, fino all’ultima goccia. In questa condizione di bramosia incolmabile, se qualcuno possiede più di noi, si scatena l’idea di essere stati derubati e così, dall’invidia per il bene altrui, arriviamo dritti dritti all’odio paranoide.

È qui – ipotizza la nostra analista – che i dazi entrano in scena! Più che un saccheggio di cose buone, si assiste, infatti, a una massiccia barricata contro l’esterno, il nemico, colui che non vede l’ora di depredarci e – in una terribile proiezione – di svuotarci, a sua volta, dei nostri beni.

Non sarà difficile notare quanto tutto quest’odio sia “calmante” per un Sé che si sente derubato: ha  infatti la possibilità di «scaricare la responsabilità dei sentimenti di povertà e indegnità» (Klein-Riviere) sul nemico esterno, alimentando rancore, desiderio di vendetta e senso di ingiustizia.

Tra proiezioni, bisogni senza fondo e deliri, le cose, però, a guardare le borse, stanno andando in una direzione autodistruttiva. «I mercati andranno benissimo, il Paese andrà benissimo», incoraggia il presidente. Uno scenario inquietante prende piede sul taccuino degli appunti della nostra terapeuta: l’avida aggressività distrugge ogni cosa, anche quel bene che si voleva tutto per sé, mentre l’onnipotenza narcisistica, ritenendosi, ça va sans dire, invincibile, non ammette debolezze e men che meno la dipendenza dagli altri.

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