Avvicinare la sofferenza non vuol dire definirla, etichettarla, classificarla; richiede invece ascolto, pazienza, attesa, presenza. Ho letto, da qualche parte, queste parole di Chandra Candiani, la poetessa: «qualunque tipo di malattia ha un problema di comunicazione e le è necessaria la ricerca di una nuova grammatica». Parole misteriose che, all’improvviso, ne fanno accorrere prepotentemente alla mia mente altre: anoressie, bulimie, DOC, disturbi del comportamento, ADHD, depressioni. Acronimi e incomprensibili vocabolari si aprono davanti a noi: parole che allontanano, sospingendoci quasi in uno spazio in cui non possiamo che sentirci persi o inadeguati a capire. Tra i giovanissimi sembra siano in aumento le depressioni, i disturbiLeggi altro →

Se la diagnosi è imprescindibile nelle patologie mediche il tema diventa più complesso nei disturbi “dell’anima”. Come evitare i rischi di una diagnosi che diventa etichetta. La diagnosi è un modo di dare un nome alla sofferenza. E, se pensiamo alla patologia organica e a tutte le forme di accidenti che accadono al nostro corpo, possiamo dire che potergli dare un nome è un grandissimo aiuto. Immaginiamo, per esempio, di avere un forte dolore allo stomaco che non ci lascia respirare, che ci dà grande sofferenza. La nostra mente corre e va nei recessi più lontani a immaginare malattie gravi, come i tumori, il rischioLeggi altro →

Un episodio accaduto a un’ospite di una delle comunità Lighea apre una riflessione importante: una persona con diagnosi psichiatrica ha il diritto di arrabbiarsi come chiunque altro se subisce un comportamento che giudica irrispettoso? Quanto continuiamo ancora oggi a definire una persona per la sua malattia, il tutto con una parte? Arriva una chiamata da una delle comunità: alle Poste una nostra paziente ha litigato con l’impiegata e sono intervenute le forze dell’ordine, si parla di un trattamento sanitario obbligatorio che poi non viene portato a termine. “Che cosa è successo?” chiedo alla giovane collega che mi spiega per filo e per segno l’accaduto. DopoLeggi altro →

Sempre più spesso si cerca di dare un nome al proprio malessere, per sentirsi come gli altri ma anche per avere un “protocollo di cura” certo e incontrovertibile da seguire “Sono stato per 6 mesi in una relazione con una donna narcisista patologica…”“Soffro di dipendenza affettiva”“Ho un disturbo post traumatico da abbandono multiplo…” Sono solo alcune delle affermazioni che mi sono sentito dire dalle persone che bussano alla mia porta chiedendo aiuto. Per una strana bizzarria del destino o forse per un chiaro sintomo di modernità, spesso la parte più complessa, più intricata e rischiosa, quella della diagnosi, l’hanno già assolta loro. Fino a qualcheLeggi altro →