Stare fermi è il vero atto di resistenza

Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae al centro una barca a vela, di profilo, con la prua a destra e la poppa a sinistra, mentre incede lentamente, sospinta dal vento, sulle acque azzurre di un ampio fiume (il Nilo). Sullo sfondo c'è la riva destra del fiume, ricca di vegetazione (soprattutto erbe e palme basse), più in lontananza c'è un altopiano di roccia gialla e sopra quello il cielo azzurro, leggermente più chiaro sull'orizzonte a causa della foschia.

In una società che invita alla corsa e alla rincorsa continue, fermarsi diventa rivoluzionario. L’inerzia va considerata per quel che è: una pausa che consente alla coscienza di emergere da sotto il peso delle attività quotidiane, rivelando la profondità dell’esperienza

Fare, decidere, agire… sembrano questi gli imperativi ai quali dobbiamo rispondere a queste latitudini, nella terra del «che lavoro fai?»

A Milano non si sta con le mani in mano, recita l’antico adagio, a ricordarci che il male peggiore è il far nulla. D’altronde, «#milanononsiferma» recitava l’hashtag della pandemia che ha segnato la nostra storia e poi, si sa, l’ozio è il padre dei vizi. E via discorrendo. Poi, tutti di corsa a cercare di rallentare, a ripeterci di stare nel presente, nel qui e ora, incastrandoci di fatto in un paradosso tipico dalle nostre parti: tutti di corsa per non correre, in migliaia in coda a correre per riposarsi. 

L’inerzia, dunque, spesso relegata al margine dell’esistenza, merita forse una rivalutazione. Essa non è semplice assenza di azione o sterile pigrizia, ma una dimensione fondamentale dell’essere che rivela un rapporto profondo con il tempo, il corpo e la coscienza.

Nella sua radice più autentica, l’inerzia è un atto di resistenza: resistenza al frenetico vortice dell’agire incessante che caratterizza l’esistenza moderna. 

Essa si oppone al mito dell’efficienza, che riduce l’essere umano a ingranaggio di una macchina produttiva, restituendoci invece il diritto di sostare, di lasciarci essere. 

In questo senso, l’inerzia è una pausa che consente alla coscienza di emergere da sotto il peso delle attività quotidiane, rivelando la profondità dell’esperienza.

Da un punto di vista fenomenologico, l’inerzia è uno spazio di sospensione in cui il fluire del tempo si trasforma. Là dove l’azione è dominata dalla fretta e dalla proiezione verso il futuro, l’inerzia ci radica nell’immediatezza del presente. 

Seduti, distesi o semplicemente fermi, il nostro essere torna a percepire il ritmo del respiro, il peso del corpo, la densità del momento vissuto. Questo stato di quiete offre la possibilità di un’autentica contemplazione del mondo, in cui l’esperienza non è strumentalizzata, ma vissuta nella sua pura datità.

L’inerzia interrompe l’ansia di dover continuamente modificare il mondo o se stessi, offrendo uno spazio per accogliere l’essere così com’è. In questo senso, l’inerzia non è mancanza di volontà, ma una forma di volizione che sceglie di non scegliere, di non imporsi al flusso della vita, lasciando che essa si dispieghi secondo il proprio corso.

Certo, l’inerzia può degenerare in stagnazione, in una fuga dalle responsabilità. Ma questa è una forma distorta della sua essenza, che non deve oscurare la sua potenzialità positiva. Recuperare l’inerzia come valore significa riscoprire un equilibrio esistenziale: non un rifiuto dell’azione, ma un riconoscimento della necessità di bilanciare il movimento con la quiete, l’impulso con la riflessione.

Forse il bisogno profondo è quello di ritrovare la pienezza dell’essere nel fermarci, nel respirare, nel ricordare che l’esistenza non è soltanto un compito da portare a termine, ma un mistero da vivere. Riscoprire l’inerzia significa, in definitiva, aprirsi alla possibilità di un’esperienza più autentica, in cui l’essere umano, sottratto al dominio dell’utile, può finalmente abitare il proprio tempo con consapevolezza e pienezza.

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