Non abbiate paura della routine

Una foto a colori, in formato orizzontale (16:9), che ritrae, a destra, da vicino, un piccolissimo bonsai in un vaso; dietro quello, un po' fuori fuoco, c'è un bambino (cinese o giapponese) che lo sta potando con un paio di forbici; dietro entrambi, bonsai e bambino, c'è uno sfondo di tende bianche molto fuori fuoco.

Riti che si ripetono, gesti di cura e manutenzione del quotidiano. Tutto questo, ormai troppo spesso, viene associato a mancanza di senso, noia, immobilismo. Ma nella affannosa ricerca di novità rischiamo di scambiare la sbornia con la degustazione, la sensazione del momento con il suo senso profondo.

Il mio maestro, ormai più di dieci anni fa, mi regalò un piccolo orologio da tavola vintage. Di ottima marca e preciso, va caricato manualmente una volta ogni settimana e ha un piccolo cursore per adattare il meccanismo ai cambiamenti di temperatura che possono variarne la precisione.

Così, tutte le settimane, il sabato mattina, io verifico l’ora esatta, do la carica e vedo se il tutto va accelerato, rallentato, o lasciato così com’è. Gran parte della mia settimana è scandita da questi gesti ripetuti: bagnare i miei bonsai, rinnovare il lievito madre, dar da mangiare ai pesciolini nell’acquario…

Manutenzione, insomma. Gesti di cura che si ripetono e che richiedono di essere eventualmente rivisti in virtù di ciò che accade. Non — dunque — una banale ripetizione, ma una sollecitudine che di volta in volta misura, vede e interviene.

A me pare che, in fondo, tutta la nostra vita sia segnata da queste ritualità, che forse impropriamente chiamiamo routine. Impropriamente perché, per noi, routine è sinonimo di mancanza di senso, di tedio, di morte. E allora tutti a cercare la novità, tutti a prendere i biglietti per le montagne russe, scambiando la sbornia con la degustazione, il coito con l’orgasmo.

I giapponesi, invece, ci ricordano che la ricerca di senso non è ricerca di sensazione, che il vero senso è il «motivo per cui io sono qui» («ikigai»).

E allora la mente corre ad un recente film del grande Wim Wenders, Perfect Days.  Un signore anziano la mattina si alza, con cura e metodo si prepara ad affrontare una giornata di lavoro, di un lavoro che potremmo pensare non nobile (pulire i bagni), che esegue con cura, perizia e addirittura eleganza. Nella ricerca del movimento perfetto, nella sapienza di quel “crescere togliendo” che ci insegna lo zen, riusciamo a trovare un senso in ciò che abbiamo.

Serenità versus gioia: la prima legata a una ricerca costante di senso, la seconda legata all’ebrezza della sensazione.  Sarà forse per il fatto che ormai faccio parte dei “diversamente giovani”, ma penso che il concetto di “manutenzione” ci indichi una via di ricerca di senso che, nell’opporsi strenuamente all’idea del rottamare e sostituire, ci porta verso una ricerca quotidiana dei motivi per cui siamo al mondo, aprendoci di volta in volta a ciò che accade, invitandoci a stare con quello che c’è, a trovare in noi e nel mondo direttamente a noi connesso quel “come” che solo ci può far sentire a casa.

A volte, dopo mille voli pindarici, dopo gli strali che mandiamo al vicino di casa, ai politici, ad amici e fratelli, dopo giornate difficili e faticose, ricordarsi di caricare l’orologio può essere davvero un gesto di riconciliazione.

In fondo un’altra settimana è passata, ci siamo ancora e questo non mi sembra affatto poca cosa.

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