
Se la diagnosi è imprescindibile nelle patologie mediche il tema diventa più complesso nei disturbi “dell’anima”. Come evitare i rischi di una diagnosi che diventa etichetta.
La diagnosi è un modo di dare un nome alla sofferenza. E, se pensiamo alla patologia organica e a tutte le forme di accidenti che accadono al nostro corpo, possiamo dire che potergli dare un nome è un grandissimo aiuto.
Immaginiamo, per esempio, di avere un forte dolore allo stomaco che non ci lascia respirare, che ci dà grande sofferenza. La nostra mente corre e va nei recessi più lontani a immaginare malattie gravi, come i tumori, il rischio di morte… Poi si va dal medico, lui ci visita, osserva le analisi, e ci dice: «No, guarda, è una gastrite».
A questo punto, al ripresentarsi dei sintomi noi possiamo dire «Quanto mi fa male questa gastrite!», senza averne più così tanta paura. Il nome ci contiene, dà un perimetro e, a parità di dolore, sviluppiamo meno sofferenza (intendendo la sofferenza come la somma del dolore e di quella parte di narrazione psicologica che noi spesso associamo al dolore stesso).
Qualcosa cambia, però, se ci riferiamo a accidenti dell’anima e non del corpo. Allora, la diagnosi rischia non solo di non essere così utile ma addirittura iatrogena, cioè diventa controproducente, in termini meno medici.
Perché? Perché la diagnosi, quando si tratta di un disturbo dell’anima (chiamiamolo, in senso lato), diventa un’identità, diventa una forma identitaria rispetto alla quale noi troviamo finalmente pace.
Ma trovare pace quando si tratta della sofferenza esistenziale, della nostra fatica di vivere, vuol dire anche — in qualche modo — arrestare quel percorso di esplorazione, quell’andare in terre lontane dalla nostra percezione, dalla nostra conoscenza, quello stare con la mente che non sa (di cui ci parla la filosofia), che in realtà serve proprio per convivere e se possibile elaborare o addirittura, in casi più fortunati, risolvere la problematica.
Dunque, assistiamo a una strana collusione: a una psicologia che diventa sempre più la brutta copia della medicina, a una psicologia che sempre più rincorre la definizione, il protocollo, la diagnosi, la strategia, corrispondono una pletora di potenziali clienti che si attaccano alla propria diagnosi difendendola contro il pericolo di poterla mettere in discussione. Contro il pericolo, cioè, di poter concludere che — sostanzialmente — c’è anche una nostra responsabilità nei confronti della sofferenza, che la colpa non è poi “sempre del cavallo”.
Allora, nell’uniformare la pratica psicologica a quella medica, in realtà dal mio punto di vista compiamo un’operazione che in sé è anti-terapeutica, perché sospende quella nostra unica risorsa che abbiamo nei confronti della vita, che sta nel cercare di capirne sempre di più, cercare di comprendere sempre meglio, andare a vedere cosa c’è nell’ombra, pescare nel torbido da un certo punto di vista; che sicuramente non è una pratica risolutiva, ma è quello stare con noi stessi, con la fatica di vivere, che potrebbe consegnarci una vita meno in salita.