
L’oblio non è una falla della memoria, ma un processo essenziale per il nostro equilibrio emotivo e comportamentale: potremmo definirlo una forma di saggezza, che ci aiuta ad aprire spazi di libertà e occasioni di riscrittura di senso.
C’è una domanda che ancora, dopo giorni, mi interroga. Addirittura, in forma un po’ nascosta e simbolica, è tornata in sogno, la scorsa notte! Di questo interrogativo ho parlato in un mio recente articolo che riguardava il finale di una storia letta da mio figlio.
In sintesi, il libro-game in questione proponeva al lettore due alternative: o dimentichi tutte le esperienze vissute leggendo e torni nel mondo, oppure ricordi ogni cosa, rimanendo però chiuso in un quadro, in veste di custode solitario e responsabile della memoria.
Come tutte le domande di questo tipo, la risposta non può essere semplice, né forse univoca, in alcuni casi. E in effetti, quando mio figlio è venuto a chiedermi cosa avrebbe dovuto fare (anche se mi sono ben guardata dal rispondergli), la prima cosa che ho pensato è stata che se avesse dimenticato, avrebbe potuto rileggere il libro, individuando altri percorsi. E se anche avesse ripercorso gli stessi, avrebbe potuto scoprire nuove cose di sé.
L’importanza di scegliere e di ricordare mi aveva guidato nella riflessione precedente… e l’importanza di dimenticare? «Chi vorrebbe essere una tavola sulla quale il tempo a ogni istante scrive una nuova frase o prende a ogni istante nota di quello che è passato?»: è il filosofo Søren Kirkegaard a guidarci nel paradosso di una mente che tutto ricorda e mai dimentica, un paradosso alquanto spaventoso, mi pare.
Dimenticare è utile e lo è davvero: non solo l’oblio è protettivo per la psiche (pensate se avessimo presenti in ogni momento i nostri ricordi più brutti e se questi affiorassero alla coscienza, in maniera incontrollata o automatica), ma ha anche una funzione creativa, perché dimenticando i preconcetti e le soluzioni che ci hanno guidato in un altro momento della nostra vita, abbiamo la possibilità di trovare nuove soluzioni, anche in base all’esperienza che nel frattempo abbiamo fatto.
«Insomma, da una parte l’oblio è un “guardiano” responsabile, che si prende cura della nostra stabilità e serenità mentale; dall’altra un fecondo “inventore” che a partire da premesse magari simili permette di arrivare in altri luoghi anche profondamente differenti» (Fawcett e Hulbert, 2020). Se così non fosse, peraltro, l’arte stessa non esisterebbe!
Le neuroscienze confermano tutto questo: l’oblio non è la memoria che fallisce, ma al contrario contiene una funzione attiva e, per certi versi, riparatrice. In fondo, la ruminazione depressiva, la rievocazione traumatica o certi pensieri intrusivi e ossessivi sembrano essere, sempre più, considerati come una “incapacità” della memoria di fare spazio, di aprire nuove occasioni e possibilità di sovrascrittura. In poche parole, nuove possibilità di adattamento.
L’arte, a ben vedere, c’era già arrivata (e così la filosofia): «Verweile doch, du bist so schön!» («Fermati istante, sei così bello!»): nel desiderio di Faust di fermarsi nel momento si rivela immediata la sua dannazione: un eterno presente, un attimo-ricordo perfetto e raggelante al contempo, lo imprigiona in realtà, consegnandolo a Mefistofele!
In definitiva, se ricordare ci radica, dimenticare ci libera. Ci avviciniamo, forse, al segreto di quella «lingua millenaria/ che solo gli alberi conoscono:/ lasciarsi cullare dall’aria/ mentre le foglie dicono me ne vado/ e le radici resto qui» (Alfonso Brezmes, poeta).