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LA MUSICA È UNA MEDICINA FAI-DA-TE, GRATIS E SENZA CONTROINDICAZIONI


È una grande emozione che però viene contenuta e organizzata per guarire dalla solitudine e da mille paure


A dodici anni si hanno un sacco di paure: paura di non piacere, di non essere forti, intelligenti, paura di essere abbandonati, paura del buio.
Paura del buio. Nel mio caso era un assillo, un esame che tutti i giorni cercavo di superare ma che spesso mi incatenava.

I miei genitori ebbero una brillante idea, farmi studiare musica, così ogni lunedì sera alle 20.30 andavo a scuola di musica, da solo. Altri tempi, percorrevo una distanza per me all’epoca siderale (300 metri) in solitudine e poi, una volta arrivato nei pressi della scuola il passaggio più complesso: percorrere gli ultimi 80 metri lungo una strada senza uscita e scarsamente illuminata. Strana cosa il destino, per poter fare una cosa che mi appassionava tantissimo dovevo tutti i lunedì superare la sfida della paura.
Fu in modo naturale, senza che me ne accorgessi che cominciai ad affidarmi alla musica: canticchiavo, fischiettavo e improvvisamente mi sentivo meno solo, riuscivo ad avere una “colonna sonora” che mi accompagnava nella difficile operazione di superare il buio.
Tutte le volte che mi capita di riflettere sul potere terapeutico della musica, sull’utilizzo della musica nella cura, nella riabilitazione, nella formazione, non posso che ripensare a come nella mia vita sia avvenuto tutto in modo automatico e spontaneo.

Sono convinto che

la musica in sé abbia potere terapeutico proprio per essere un «sistema di attese»

come la definì T.W. Adorno, ovvero un sistema che è in grado di riproporre una dimensione di aspettativa poi corrisposta, un dialogo spesso rassicurante tra il battere e il levare, con una promessa che immancabilmente viene mantenuta.
La stessa struttura ritmica, il rigore con il quale viene organizzato il ritmo: in questo la musica è nella sua struttura profonda un messaggio terapeutico, una grande emozione che però viene contenuta e organizzata, una sonda nelle profondità dell’animo umano che però garantisce il biglietto di ritorno.
Analizzata in verticale poi garantisce la possibilità di rappresentare tutti gli stati d’animo e da sempre è nota la sua capacità di eccitare, incupire, motivare, sensibilizzare. Da sempre accompagna ogni nostra azione, si fa colonna sonora della nostra esistenza e dei momenti più pubblici e condivisi.
D’altra parte siamo da sempre immersi in un ritmo, da quello appreso durante la nostra vita prenatale, il ritmo del nostro cuore e di quello di mamma, cuori che si sincronizzano e cominciano un dialogo che non smetterà mai, anche lì un battere e levare, di nuovo.

In questa epoca di superspecializzazioni, in questa ricerca affannosa di far diventare terapia qualsiasi pratica del far del bene a sé e agli altri, a me pare che la musica invece debba essere ritenuta una pratica utile all’intera umanità, ai presunti sani come ai malati, come la prassi dell’ascolto interiore, la poetica dell’incontro nella diversità e della ricomposizione dei conflitti (non a caso concertare vuol dire mettere d’accordo).
In questo senso a mio avviso è improprio ritenere una particolare musica più efficace o adatta di un’altra: dall’intelligenza razionale di Bach, dal cuore pulsante di Beethoven, dal dolore dell’esistenza di Mahler fino ad arrivare al disincanto di Stravinsky, al jazz, al rock, ogni suono, ogni ritmo, ogni armonia, ci ricordano che nel mondo che ci propone la musica ciascuno ha cittadinanza, ciascuno riesce a trovare il proprio posto, la propria dimensione, il proprio suono e il proprio silenzio.

Anche ora, quando mi tocca per mestiere cercare di aiutare persone che fanno i conti con le loro peggiori paure, quando la sera arriva di nuovo il buio sempre più conosciuto ma sempre più scuro, mi sorprendo a canticchiare, a cercare conforto in quel battere e levare, in quella strada già percorsa che per me è strada di casa.

®️già pubblicato su: www.fuoritestata.it 

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