La diversità è la chiave del pensiero

l “dominio dell’uguale” è quel meccanismo con cui ci rassicuriamo scegliendo sempre il noto, il conosciuto, il simile a noi. Ma è anche quello che ci depriva dalla reale possibilità di essere fecondi

Diverso da chi? La diversità, nel suo significato più ampio, è al centro dell’attenzione in questi anni, con il correlato della sua necessaria accettazione. Riflettendo sul concetto di diversità, ad esso collego quello di alterità e anche di integrazione, di riconoscimento reciproco e convivenza. Tutti temi cari a chi fa il mio mestiere e a tutti quelli che hanno una attenzione al modo che abbiamo di stare insieme, di pensare il futuro.  

Se partiamo dalla riflessione sul diverso, non possiamo non considerare anche il suo opposto, ovvero l’uguale. Byun-Chul Han è un filosofo tedesco di origine coreana che ha scritto un libro illuminante: “L’espulsione dell’altro”, uno di quei libri che – come dice un mio caro e giovane collega –mettono “un po’ di cavatappi in testa”, perfetto per questi giorni di pausa, di rallentamento e di prezioso vuoto da vacanza.  Nel libro l’autore riflette sul dominio dell’Uguale: l’uguale rimanda a noi ciò che già conosciamo, ci rassicura attraverso il già noto, il già condiviso, che diventa quindi il giusto. In questi ultimi anni, con l’avvento di quella che Han chiama l’iperconnessione, tutto il nostro modo di crescere sia avvenuto sotto l’egida imperante dell’Uguale, di fatto sostituendo alla crescita l’accumulo, alla qualità la quantità. 

Tutto il sistema di iperconnessione, infatti, è fondato sull’accumulo dell’Uguale: ci piace un certo di genere di film e allora il sistema ci mette in connessione con mille altri film uguali, dello stesso genere. Abbiamo una particolare passione o idea politica e allora incontriamo migliaia di altri uguali che la pensano come noi, che vivono come noi. Basta pensare a come funzionano gli algoritmi che regolano i feed sui nostri social. Così, in tutta allegria, parte la clonazione, la normalizzazione, il pensiero unico viene addirittura superato poiché nel dominio dell’Uguale non si può a bene vedere neanche parlare di pensiero. 

Il pensiero affinché sia tale ha bisogno di due dimensioni imprescindibili: il tempo e l’alterità.

Se il pensiero non incontra la diversità, lo scarto, se non urta con il diverso da sé ripete sempre se stesso, perdendo progressivamente ogni possibilità di divenire fecondo e di produrre altro pensiero.

Nel dominio dell’Uguale, dunque, il pensiero in senso stretto non c’è, c’è la ripetizione ossessivamente svuotante dello stesso concetto. Non solo: nel mondo dell’Uguale le distanze spaziali e temporali non ci sono, tutto è già dato, da sempre lì pronto e disponibile, pre-digerito e confezionato. 

Il pensiero invece ha bisogno di poter maturare e il processo di maturazione avviene nel tempo, ha bisogno di incontrare altre dimensioni, di poter fermentare (anche a rischio di marcire) e di lì di divenire altro da sé, dunque anche distante da sé. 

Allora, tornando alle giornate più vuote del tempo di vacanza e ai cavatappi nel cervello forse questo ritmo non dato che tutti i giorni richiede improvvisazione e regolazione con le insidie del ‘non si sa mai cosa capita’, forse questo è l’unico antidoto al tacito e dissimulato dominio dell’Uguale. In fondo, sempre meglio non fidarsi delle previsioni del tempo, così si può magari imparare a vivere nella pioggia e trovarlo tutto sommato divertente. 

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