Il diritto di avere paura

Lo spazio chiaroscurale della paura
Sappiamo permetterci di abitare la paura?

“Ho paura. Paura di non reggere la situazione che c’era prima del lockdown. Paura di non essere all’altezza della nuova normalità. Paura di venire al colloquio, con la mascherina che mi soffoca. Paura di aver paura”.

Ho isolato questo passaggio, ma i racconti di tante persone che incontro registrano parole simili e si modulano sulla stessa frequenza di fondo. La paura cambia oggetto, senza rinunciare ad essere l’agitatrice nascosta di ombre scomode.

Anch’io, che pure affronto i momenti di veglia di questa post-emergenza con un senso di calma e razionale compostezza, la notte vengo visitata da sogni di tutt’altro segno. D’altronde, come scrive Canetti, “i giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome”. E’ il buio archetipico, che chiama la paura come correlativo emozionale per eccellenza.

Spesso mi sono trovata ad accostare gli ultimi mesi a una notte dilatata e allucinata. Nell’esperienza individuale, la notte viene vissuta talvolta come cavità senza stelle, in cui il riposo contende il terreno a timori ancestrali e non sempre si concede. L’eclissarsi della luce obbliga a sospendere le difese grazie alle quali l’Io si muove nel mondo, scambiando la vigilanza dei sensi e la lucidità della mente per un potere di controllo sul reale che è in gran parte illusorio. Basta infatti che cali l’oscurità e l’inganno si sbriciola. Sul dominio del Logos vincono le fibrillazioni del Mythos personale: l’alfabeto dell’inconscio srotola i suoi messaggi cifrati, sulla scena onirica affiorano i nodi della leggenda che ognuno si racconta o eredita a partire dai fatti della biografia, e le emozioni – prive del diaframma cognitivo – lasciano nel corpo tracce mute di fatica, desiderio e lotta.

Credo che qualcosa di simile al passaggio regressivo che ognuno di noi attraversa nelle sue notti sia accaduto alla comunità. Il corpus sociale è simbolicamente precipitato in un cuore di tenebra, che palpitava anche nel chiarore atmosferico. Nel buio della fase acuta dell’epidemia mancavano appigli, ogni certezza poteva essere smentita nel giro di poche ore e i numeri abbandonavano la concretezza della ragioneria per scivolare nella polivalenza (o nell’arbitrio) dei significati, a seconda di chi li interpretava.

Al contempo il paesaggio del mondo si è improvvisamente desertificato. Congelati o modificati nei loro fondamenti i dispositivi di autoregolazione sociale, come il lavoro e la scuola. Interdetta la natura. Inaridito il lievito che attraverso i luoghi del teatro, della musica, della piazza abitata feconda la cultura di un popolo. Quasi tutto è apparso misterioso, piegato a una legge arcana e tuttavia cogente, proprio come accade nei sogni; quindi surreale. Di reale, irricevibile, erano – e sono ancora purtroppo – i tanti, tantissimi morti. Persone con un nome e una storia che questa notte distopica ha inghiottito. E se ora noi ci affacciamo timidi al mattino, per chi li piange la luce può essere offensiva.

Di fronte a tutto questo, credo che la paura sia una reazione non solo comprensibile, ma anche altrettanto sana della spinta a ri-frequentare il giorno e a costruire nuovi lembi di una nuova routine.

Non si tratta, io credo, o almeno non solo della paura annidata nella nostra parte animale: la risposta dell’istinto che di fronte alla minaccia dell’annientamento, quando sono impediti l’attacco e la fuga (come attaccare un virus invisibile e come fuggire se il virus è potenzialmente ovunque), iberna l’organismo nel tentativo di garantirgli la sopravvivenza. Io colgo piuttosto in questa paura il timore persino peggiore di perdere l’umano. Di abituarsi a una vita “a distanza di sicurezza” e di installare come permanente un dis-ordine provvisorio. Così declinata, la paura è per me un monito salvifico e persino un antidoto alla sua stessa deriva: in nome dell’umano, ci protegge dal terrore feroce al quale obbediamo quando, sudditi del distanziamento fisico, evitiamo di soccorrere la persona che si sente male in metropolitana.

A chi mi affida il proprio vissuto di paura dico quindi che questa emozione non solo ha il suo diritto di cittadinanza, ma che spesso è proprio lei la porta dalla quale occorre passare per attingere a soluzioni creative. Sono sentieri secondari, lontani dalle vie maestre e dall’abbaglio del meriggio, quelli che si aprono se abbiamo la pazienza di attraversare la paura. Di più, di sostare nella sua radura: la Lichtung di heideggeriana memoria: ciò che “che precondiziona qualsiasi luce e ombra consentendo a entrambe di essere tali”. Questo chiaroscuro in cui sostiamo con timore accorda riparo all’essenziale e assegna all’uomo il compito di essere custode e non padrone del suo mondo. E’ qui, nella terra di mezzo tra l’ombra e la luce, che possiamo conquistare l’armonia: non un accordo pacificante, ma – come insegna l’etimo della parola – la connessione dinamica che unisce ciò che è separato e tiene insieme gli opposti. Qui la paura dialoga con l’adacia, l’allerta non esclude l’espansione e la musica resta melodia anche se viaggia sempre sul ciglio della dissonanza, come racconta in modo sublime il tema del fim “Io non ho paura“, composto dal grande Ezio Bosso.

Forse il trauma che abbiamo subito chiede proprio che si torni all’invito di Jung: “dobbiamo imparare di nuovo ad aver paura”. Non per paralizzare i nostri impulsi vitali, ma al contrario per riversare in loro l’acqua di sorgenti più antiche della nostra ragione, e forse anche più sapienti di un certo scientismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.