Gianrico Carofiglio: ribellione

Dove rintracciare la radice più autentica della parola ribellione?
Carofiglio la individua in un’attitudine prima ancora che in un gesto: la disposizione a negare il consenso di fronte al sopruso, il coraggio di dire “no” a chi conta sulla nostra pigracomplicità per rendere trasparenti gli abusi di potere, la scelta di opporre una resistenza non violenta eppure inaggirabile a ciò che domanda obbedienza acritica, quando invece sappiamo che tutto ciò che è umano, per sua natura, è problematizzabile. Ribellarsi non significa dunque semplicemente negare, bensì dare inizio a qualcosa di nuovo. Lasciare che irrompa l’imprevedibile elemento disgiuntivo là dove il sistema pretende continuità. Significa diventare responsabili: capaci di rispondere in proprio del silenzio come dell’azione. Significa, in ultimo sottrarsi alla banalità del male che nasce dall’assenza del pensiero, come scrisse Hannah Arendt. Non potremmo più dire senza un sussulto, sulla scia di Eichmann al processo dopo l’Olocausto: “ho obbedito, ho eseguito gli ordini”.

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