
Scegliere implica una responsabilità che ci mette nel bel mezzo di una solitudine esistenziale, con cui possiamo imparare a fare i conti; non scegliere, d’altra parte, può paralizzarci in un eterno presente, spaventosamente senza memoria.
Lo scorso Natale, uno dei regali più graditi dal mio figlio minore è stato un libro; non un libro come gli altri, ma un game-book. Il gioco consiste nel muoversi da una tappa all’altra di un’avventura, compiendo, di volta in volta, una scelta piuttosto che un’altra, e dando quindi vita a una storia personale, che risulta diversa a seconda del lettore.
La storia racconta di draghi, armi da raccogliere, capacità da acquisire, compagni di viaggio ed enigmi da risolvere. Il libro-game è stato così gradito che, in pochi giorni, durante le vacanze, mio figlio è arrivato alla fine, ma il finale si è rivelato alquanto spinoso. Rivolge, dunque, a me una domanda: «Cosa faccio adesso? Devo scegliere se diventare un Guardiano protettore, ma imprigionato in un quadro, con la memoria intatta delle cose che ho visto in questa avventura, oppure andare per la mia strada e vivere la mia vita, dimenticando ogni cosa!».
Un bel dilemma davvero, forse anche un po’ crudele. Restare imprigionato, in solitudine, con un prestigioso compito di responsabilità e memoria, o tornare nel mondo, in compagnia, ma senza storia (o almeno, senza una parte di essa)?
Insomma: scegliere di avere una storia e una memoria sembra rimandare direttamente a un senso di solitudine, insita nell’unicità che quella scelta comporta. In fondo, l’etimo della parola «scegliere» ci mette già sull’avviso: «ex-eligere, preferire rispetto a», ossia esprimere una preferenza che esclude ciò che invece si decide di lasciare andare. Una rinuncia che implica, a volte, sofferenza, rispetto a quanto non possiamo tenere con noi, e una responsabilità (solitaria) rispetto alla nostra decisione.
D’altra parte tornare nel mondo, in compagnia di una moltitudine, ma senza memoria, sembra una scelta ancora più spaventosa, perché significa rinunciare alla propria identità, che si è formata vivendo, costruendo una storia personale, facendo delle scelte, acquisendo competenze e correndo dei rischi. E ovviamente facendo errori. Come dire: tornare nel mondo senza memoria somiglia un po’ a una festa, in un presente perpetuo, in compagnia di questo e quello, però una festa in cui si costruisce ben poco.
Scegliere comporta, dunque una responsabilità (faticosa e solitaria) rispetto alla memoria e alla costruzione identitaria, e implica anche un doloroso imparare a morire, scelta dopo scelta: qualcosa, cioè, che spesso preferiremmo evitare!
Forse, come il lavoro sul lutto ci insegna, perché è della morte di parti nostre che stiamo parlando, è importante prendersi cura di ciò che lasciamo andare, delle persone, delle situazioni e delle cose che non porteremo con noi lungo il cammino, ricordando che noi siamo anche tutte le cose che abbiamo perduto, tutti quei bivi che ci hanno interrogato e tutte quelle strade che non abbiamo preso.
Ovviamente, non ho risposto a mio figlio, che ha fatto la sua scelta (una cosa che, a 10 anni, mi è sembrata già straordinaria di per sé); lascio però volentieri un consiglio di lettura per giovani lettori: Lo spezzaincantesimi, di Simon Tudhope.