Dove sei tu nel mondo? La fatica di rispondere, ogni giorno




Ogni incontro ci chiama a prendere posizione. A ricordare che quando è in gioco l’umano, il campo non è mai neutro.

Una fermata tra le più trafficate della linea rossa della metropolitana milanese. Tutte le mattine intorno alle 8.15, nei giorni in cui devo raggiungere lo studio professionale dove collaboro, incrocio una donna. Fatico ad attribuirle un’età. Infagottata in vestiti sempre scuri, un fazzoletto in testa, l’aria mite, è appoggiata al muro e sporge un braccio verso i viaggiatori feriali, con l’immancabile bicchiere di carta per la raccolta degli spiccioli.

Non ha nessuna invadenza nel chiedere soldi. Sembra che nemmeno si aspetti l’offerta. Ogni tanto sussurra ai passanti qualcosa in una lingua dolce, mescolata all’italiano. E un giorno la saluto in modo diverso dal solito. Perché la sera prima, mi sono scoperta una vena di insofferenza nell’attraversare corso Vittorio Emanuele, in pieno centro. Il passo accelerato, incalzato dal tempo della clessidra che misurava il mio probabile ritardo a un appuntamento, ho dovuto zigzagare tra acrobati da strada, venditori di sciarpe e mercanti di palloncini luminosi, mentre le prime gocce di pioggia richiamavano dalla pancia della città, con perfetta sincronia, tanti altri commercianti tutt’altro che improvvisati. Abili e veloci, anzi, nel proporre un comodo riparo a basso costo a chi aveva dimenticato di infilare in borsa (capita anche nell’efficiente Milano!) l’ombrello. 

Mentre in questo mosaico di voci e di corpi affrettavo la marcia verso via San Maurilio, il brivido dell’irritazione – un focherello di rabbia ben controllato, ma difficilmente derubricabile – si è fatto all’improvviso riconoscibilissimo. Di più: ineludibile. E molto scomodo. 

Non è mai facile rivolgere occhiate lucide a se stessi. Si rischia di rintracciare qualche riflesso di ciò che in astratto giudichiamo, a cui magari crediamo di essere immuni e che proprio non ci piace. Sì, perché per me, che ho scelto di occuparmi di relazione d’aiuto, con l’accettazione incondizionata dell’altro di rogersiana memoria a indicare l’imperativo categorico per la professione, scovare il germe di una potenziale (e gratuita) ostilità nei confronti di chi incontro sulla via è profondamente spiazzante. Se poi questa ostilità è anonima, senza un nome proprio e un volto che obbligano a una presa di posizione netta, il pericolo è più grande, perché più facili sono gli alibi che tentano di coprirla con il velo della giustificazione. 

Il meccanismo che scatta in questi casi è un sistema di difesa dell’io atavico e automatico. Lo riconosciamo quando in una tragedia collettiva si sbiadiscono le storie e i lineamenti – tutti individuati e ognuno unico – dei suoi protagonisti, preparandoci aquel distacco emotivo che piano piano, con il ripetersi della tragedia, diventa anestesia. L’ennesimo naufragio di 1120 migranti è ormai una riga incolore nella cronaca. Ci vuole il dettaglio intimo, atrocemente impudico di un ragazzo di 14 anni in fondo al mare, la pagella cucita nella giacca, per scuoterci e farci tornare umani. Con la nostra vulnerabilità di fronte agli altri e con quella responsabilità che, se ascoltiamo l’appello di Emmanuel Lévinas, uno dei più radicali pensatori del Novecento, è una condizione ontologica prima ancora di essere una decisione. 

Ci proteggiamo con analoga e apparentemente incolpevole disinvoltura, ogni volta che i concetti di “sicurezza”, “sostenibilità economica”, “salute pubblica”, anziché essere direttrici di senso entro le quali provare a governare la convivenza in un mondo che tutti ci troviamo ad abitare, diventano bandiere agitate dal vento della paura. Allora ci arrocchiamo nei confini delle nostre (in)certezze e perdiamo di vista l’orizzonte. Ci dimentichiamo che l’orizzonte si sposta man mano che avanziamo, a segnalarci la fatica e la meraviglia di ridefinire gli spazi, rinegoziare le regole, riscrivere la mappa di un viaggio che per l’uomo è sempre cammino condiviso, anche quando sembra di procedere in solitaria, perché il mondo e gli altri, ci insegna Martin Heidegger, sono lo sfondo già dato in cui ciascuno di noi viene alla luce, per poi lasciare la sua impronta e inscrivere la rotta mai garantita del suo percorso.

L’emozione imbarazzante che ho avvertito in mezzo alla folla l’altra sera mi ha come risvegliato. Ha aperto una faglia nel terreno in cui anni fa, quando scelsi di occuparmi di cura e di aiuto, misi una piccola radice e mi sentii a casa di fronte alla folgorante domanda di Martin Buber: Dove sei tu nel mondo? Dopo quell’incontro-scontro rivelatore nel traffico milanese, la signora vista tante altre volte alla fermata della metropolitana esigeva che la guardassi. Chiedeva che confermassi a me stessa e a lei la risposta all’antica domanda – Dove sei tu nel mondo? – , che ne tollerassi fino in fondo la provocazione e accettassi di uscirne compromessa, ovvero letteralmente “messa in pericolo”, “intaccata”, addirittura “danneggiata”. E’ tutt’altro che nobile, infatti, pochissimo lusinghiero il primo sentimento che mi spinge a modulare un saluto convinto e non fiacco a questa donna: ha un vago retrogusto di senso di colpa. Dove sono io nel mondo? Comunque la guardo, sorrido, forzo un tono più alto del mio solito, per evitare che la voce venga inghiottita dai rumori dell’ora di punta. Lei ricambia il saluto, con l’accento dolce che reinventa un po’ l’italiano e questa lingua “altra” diventa il luogo capace di ospitare il nostro nuovo incontro. Ci diciamo i nostri nomi. Usciamo dal campo neutro, che in fondo neutro non è mai.

Sul piano dei fatti, una cosa da nulla. Eppure da qualche giorno questo scambio è un piccolo rito tra noi. Che mi ricorda quanto poco basti, a volte, per dimenticare quello in cui si crede e dove si è  – proprio noi – nel mondo.


2 commenti

  1. Articolo capace di far riflettere rimuovendo gli alibi che ogni giorno ci fabbrichiamo. Grazie

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