
Se non ci può essere guarigione, a cosa serve e cosa è l’atto di cura? Una riflessione dalla psichiatria all’oncologia, che apre la strada a nuovi significati e azioni possibili
«Aliquando curare, saepe lenire, semper consolari». Ovvero: quando si può, curare, spesso alleviare, sempre consolare. Un motto, questo, che arriva dai cavalieri ospitalieri e che ante litteram introduce il concetto di una medicina che non arretra quando l’azione dello sconfiggere il male non risulta possibile.
Per tanto tempo la medicina ha cercato di allontanarsi tutte le volte che la malattia, la situazione, si presentava disperata o senza possibilità di guarigione, come a dire che se non c’è guarigione l’atto medico non serve. Non so se per una questione di karma o per percorsi inconsapevoli, come dire “del sottosuolo”, mi sono trovato a occuparmi di due aree della medicina in cui il concetto di guarigione è assolutamente fuori luogo: la psichiatria — amore di tutta la mia vita — e ultimamente l’oncologia.
Occuparsi di situazioni che non sono di per sé risolvibili, almeno nel modo corrente del termine, a mio modo di vedere rappresenta un’opportunità assolutamente unica, ovvero accostarsi a un tipo di sofferenza che ha a che fare con la nostra esistenza, con la fatica di vivere, con le ombre che la sera si allungano e di giorno sembrano scomparire, con quel nostro “non-ancora” che ci appartiene da sempre.
Se è vero, infatti, che la malattia è spesso dolorosa e inquietante, essa però è altrettanto spesso indissolubilmente legata a un’altra inquietudine, a quel malessere che ci portiamo dentro e che la malattia tangibile legittima. Come a dire che, senza una prova esterna, non sentiamo di poter dare cittadinanza all’altro malessere.
Per questo motivo spesso quando stiamo bene, quando sembra non mancarci nulla, piano piano, zitti zitti, fabbrichiamo labirinti di angoscia nei quali poterci perdere, per trovare un perché a quell’altro da noi che non ne vuole sapere di deporre le armi, che è da sempre asserragliato nella foresta e aspetta il nemico.
Torniamo però al motto medievale, quel «semper consolari»: io penso che ci voglia restituire il diritto a uno star male che non ha bisogno di alibi; c’è chi la chiama noia, chi l’ha chiamata nausea, spleen, accidia…
Consolare sempre ci dà un compito importante, forse il compito più nobile e al contempo più arduo: consolare ovvero non lasciare solo, stare con, fare testimonianza di prossimità.
Consolare come non sapere cosa fare se non stare, come resa a una battaglia nevrotica che ci vuole sempre pronti, col dito sul grilletto, operativi e stenici a oltranza.
La consolazione invece ci restituisce un tempo e uno spazio finalmente abitabili, un vino da assaporare, un profumo da sentire, carezze e abbracci.
Se riuscissimo a contaminare la nostra professione, e non solo la nostra, di queste attenzioni forse ci renderemmo conto di avere l’opportunità di stare con gli altri fino all’ultimo, di goderci anche il dolore della separazione, la gioia della condivisione, la mistica del non sapere.