Conviene davvero vivere solo l’età di mezzo?

Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae una vecchietta seduta sull'uscio di una casetta di legno con un bimbo in braccio; la vecchiettà sta fumando un sigarillo mentre il bimbo tiene un piccolo bicchiere, da cui forse ha bevuto poco prima, attaccato alla bocca. La foto è di Chiang Rai ed è stata scattata in Thailandia il 12 agosto del 2013.

Stiamo costruendo una società in cui, sempre più, il non essere produttivi svuota di senso le esistenze. Ma cosa significa trovare il senso solo nell’utilità?

La filosofia pone delle domande e tiene in qualche modo in stato d’allerta il pensiero, mentre la scienza tende ad acquietarlo. Così almeno disse Sergio Moravia in un’intervista.

Per associazione, mi viene in mente che spesso guardando i documentari che raccontano la vita nella natura, si assiste a scene raccapriccianti, durissime, in cui animali feroci dilaniano la carne di animali indifesi, i famosi pesci grandi che si “occupano” dei pesci piccoli. Tutto questo all’interno di una logica in cui ci sono delle leggi di natura che sono assolutamente non confutabili, ovvero tutto quello che accade è così che deve accadere.

Se dalle dure leggi della savana mi sposto alla vita umana di città, bisogna indossare lenti diverse per leggere e interpretare e comprendere cosa possiamo considerare naturale e cosa no.

Io abito a Milano, storicamente la città che non si ferma mai. Avendo due bimbi piccoli ho spesso notato che non sempre la loro presenza viene apprezzata, per esempio sui mezzi pubblici mi è successo spesso di essere guardato con sguardo severo, reo di avere delle creature poco controllabili, inopportune. Vitali. Analogamente, quello stesso sguardo di censura nello stesso contesto l’ho visto nei confronti di persone anziane, magari lente nello scendere dal tram o che rallentavano con il loro incedere la corsa verso il vagone della metropolitana.

Mi pare, la mia, una città che si sta adeguando sempre di più all’inclusione della sola “terra di mezzo”, ovvero quella degli adulti che possono andare grossomodo dai trenta ai cinquant’anni. Io, essendo più vicino alla sessantina, comincio a sentirmi già escluso.

La società che stiamo costruendo appare sempre più tagliata per questa fascia d’età: non sono tollerati i piccoli, i giovani molto piccoli, anche giovani adolescenti, con le loro intemperanze, con le loro vivacità, e gli anziani. Questi ultimi, poi, si rischia che percepiscano una sempre maggiore inutilità della propria vita: in fin dei conti chi si avvicina all’ultima parte della vita non è più produttivo, le spese sanitarie aumentano, non sempre ce le si può permettere.

Estremizzando, mi viene in mente che questo senso di inutilità può diventare talmente forte da far desiderare addirittura che la nostra vita finisca, inquadrando così la fine della nostra vita da anziani come un alleggerimento per la società.

In fin dei conti, non è così difficile da capire: se mi penso come un peso, certo non sarebbe una tragedia pensare di non esserci più, decidendo io stesso di togliermi di torno. Anzi, sarebbe quasi un sollievo: un sollievo per i miei figli che non devono occuparsi di me, per la società a cui sembro non essere utile, per la spesa sanitaria, per l’occupazione delle case; insomma, tutta una serie di elementi molto razionali che fanno pendere l’ago della bilancia da una sola parte.

Ma non possiamo non chiederci: che genere di società stiamo costruendo? Che genere di messaggi vogliamo dare? Vogliamo lasciare? Pensare al “suicidio compassionevole” non solo come scelta nel caso di lunghe e incurabili malattie senza esito ma proprio come una exit strategy alternativa, all’interno di una vita che ormai non produce più.

Mi viene in mente un detto cinese in cui si dice che ci sono due fortune che possono avere le persone: avere dei figli e avere delle persone anziane vicino, perché i figli sono il futuro e gli anziani sono la storia. Ecco, noi che siamo quelli che comunque hanno sempre guardato con empatia al pesce piccolo quando viene mangiato dal pesce grande, noi che sempre e comunque, al di là delle leggi di natura, ci siamo identificati nell’antilope che viene sbranata dal leone, forse pensiamo che in fondo dobbiamo guardare con grande diffidenza a un messaggio che indica le persone non produttive come peso.

Questa logica del peso o della produttività, di fatto, è alla base della peggiore delle società, la società che prevarica, la società del suprematismo, che fa della fortuna di avere una buona posizione un merito e della sfortuna di essere nati da un’altra parte del mondo una colpa. Attendiamo dunque fiduciosi che, un po’ come per i pantaloni a zampa di elefante, torni di moda il pensiero inutile, la cultura con la quale non si mangia e tante prassi che all’ombra del capitalismo spinto appaiono come cose di altri tempi.

In fondo, attendere ha sempre reso qualche servizio all’uomo di ogni età.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *