Che significa sperare?

Un'illustrazione a colori, in formato orizzontale, che ritrae dall'interno una stanza in penombra, con una porta socchiusa sulla sinistra dalla quale entra una luce bianca con tanti puntini azzurri simili a lucciole.

Sperare non significa necessariamente accettare un premio di consolazione quando le cose vanno male. Ha a che fare con l’apertura al nuovo, al non ancora visto. Alla vita che può nascere.

«Chi di speranza campa, disperato non muore»: uno dei miei cantautori preferiti, Enzo Avitabile, col suo napoletano ruvido e stretto, sembra dirci che in fondo in certi momenti della vita l’unica cosa che ci rimane è la speranza.

Già quella storia del vaso di Pandora ce lo aveva suggerito: in fondo al vaso, dopo tutte le brutture e gli orrori del mondo, l’ultima a uscire era proprio Speranza e forse da lì spesso diciamo che è «l’ultima a morire».

L’idea di speranza, però, ha sempre provocato in me uno scomodo e disagevole fastidio. Fin da quando lessi il libro di papa Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, mi ero convinto che in fondo si trattasse di una specie di premio di consolazione, come a dire che se tutte le cose vanno male, dopo tutte le sfortune, dobbiamo sperare che qualcuno (Dio o chi per esso) venga a cavarci dall’impiccio.

Allo stesso tempo, ho sempre pensato che una simile speranza rendesse favore al potere, come la promessa di un altrove in cui ciascuno possa riscattarsi, rimandando dunque la rivoluzione, rendendo più sopportabile il giogo e dunque contribuendo ad ammansirci un po’.

Poi arriva un tale (Byung Chul Han), uno di quei filosofi che riesce a far cambiare il corso ai pensieri, a portare qualcosa di nuovo, di inedito, e tutto cambia.

Per il filosofo berlinese di origine coreana la speranza più che rassicurarci rispetto a un intervento “terzo” o a un mondo promesso, ci mette nelle condizioni di apertura al nuovo, al non ancora visto, alla vita nuova.

Nella speranza quindi il futuro non esaurisce, ma riesce a sorprenderci, ovvero a prenderci senza avviso. Non si tratta però di un colpo mortale, tutt’altro: attraverso la speranza ci arriva un impulso vitale, di una vita non ancora conosciuta. Non più, dunque, un futuro esaurito ed esausto, ma un balzo, un salto nella vita.

Al contrario dell’ottimismo che ci rassicura, dicendo che «andrà tutto bene», la speranza ci apre verso l’ignoto, ci dice che, indipendentemente da come andrà a finire, tutto avrà un senso.

Speranza dunque come apertura verso il senso, verso la certezza che, se da un lato il nuovo per definizione non è conosciuto, dall’altro ci porta significato, orientamento, senso.

A sentire queste parole e a pensare al mio mestiere a me sembra che Han ci voglia in fondo dire che il cambiamento, quel cambiamento che noi tutti cerchiamo e che le persone che vengono da noi invocano a gran voce, sia possibile solo se avremo il coraggio di lanciarci nell’abisso di un nuovo mai visto e nemmeno intuito, correndo i rischi che tutto questo comporta, ma allo stesso tempo certi che la «vita nova» che ci sta innanzi avrà una sua ragione di essere.

In questa radura nuova mi sembra che possano finalmente vivere insieme ragione, volizione, amore e morte, come forse è sempre stato.

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