Camminare in piano: l’alpinista che è in me può rinunciare all’ascesa

L’Almamatto svela storie di vita e risvolti inattesi. E anche in personaggi che appaiono lontani da noi, ci racconta una delle autrici, possiamo scoprire qualcosa che ci appartiene

Appena ho la mia copia dell’Almamatto tra le mani, prima ancora di aspirare il profumo della carta che rende i libri stampati un piacere antico e difficilmente surrogabile, corro al giorno del mio compleanno. Ci trovo un uomo. Se anche questo dato non gettasse qualche granello di sabbia nel motore dell’identificazione, subito arriva il nome del Nostro a predispormi al distacco, e anche a un certo disorientamento. 

Che associazioni potremo mai scovare io e la mia radice genealogica, affondata nel mar Ionio, con un pioniere dell’arrampicata? E come farò, analfabeta della montagna quale sono, ad avvicinare un maestro dell’alpinismo tanto noto da meritare il superlativo di “Fortissimo”, eppure (mannaggia alla mia ignoranza) a me sconosciuto?

Stempero il disagio con l’autoironia: una coppia di amici, appassionati di scalate, mi invita spesso ad abbandonare i tacchi, gli alleati storici della mia bassa statura, per calzare un paio di scarponi e mettere alla prova un fisico adatto – dicono loro – ad arrampicare. Gli amici, si sa, ci vogliono bene. 

Mi basta questo brandello di immaginaria, vaghissima consonanza, per sentire un po’ più vicino Giusto Gervasutti. La corsa della curiosità parte da qui. Mi documento quel minimo che mi consente di dare un’espressione ai lineamenti scabri del volto di Giusto, che sulla pagina dell’Almamatto sembrano somigliare agli spigoli e ai crepacci delle sue amate cime. Scopro che, giovanissimo, il mitico grimpeur, aveva fondato una piccola casa editrice specializzata in libri di fiabe per bambini. Il suo viso austero già si addolcisce. 

In un documentario che rilancia alcune riflessioni di questo strano personaggio, mi pare anche di cogliere un indizio capace di cucire insieme le sue due anime: quella dell’esploratore ardito e quella del narratore, abile nel raccontare con un che di candido le montagne, dove il “bosco è come un campo dei sogni e il ruscello ha una voce”.

Ad accorciare ancora un po’ la distanza interviene poi una frase nella biografia di Gervasutti firmata da Enrico Camanni, in cui mi imbatto per caso, cercando notizie. “L’uomo interroga l’Assoluto – nota Camanni mentre tratteggia Gervasutti – e l’Assoluto non risponde”. Proprio qui faccio un salto indietro nel tempo e torno alla mia prima vera scelta di studio e di vita: la filosofia come altura simbolica, grazie alla quale temprare una domanda che non trovava quiete. Sì,

forse è questo il punto che segna la più intima parentela tra le nostre follie: la richiesta di ricavare un senso e l’incapacità di accettare che il senso può nascondersi o tacere.

E ancora, per usare le parole di Giusto, la tensione ad ascoltare “il richiamo delle solitudini” e allo stesso tempo l’”ansia di andare oltre”, che fa “aderire alla roccia con i denti, fino a sanguinare”. Da ultimo, la difficoltà a godere della cima raggiunta, perché “il desiderio di altre mete si acuisce nell’animo, come una sofferenza”. 

Quando la sfida diventa pretesa, allora la vetta ti tenta quanto l’abisso, e puoi davvero smarrirti.

Credo di aver addomesticato la mia parte di follia invertendo la direzione della domanda. La resa di fronte al silenzio dell’Assoluto mi ha portato a cambiare il verso della ricerca, che da verticale si è fatta orizzontale. Ho dato corda alla mia parte goffa, che sentiva tutta la fatica dell’ascesa, e ho nutrito la sua umiltà. 

Nel lavoro che ho scelto, incontro oggi la trascendenza fatta di persone: un paesaggio di creste, valli e pianure, ognuna con il suo mistero. Il passo è meno ambizioso di un tempo: riesce ora ad accogliere le resistenze del terreno, senza cercare di vincerle. E quando si profila una guglia più aspra – per ricalcare il parallelo con le Dolomiti care a Gervasutti – so che posso pensare all’intuizione di Raymond Carver, illuminata di una bellezza nuova, grazie all’ultimo spettacolo di Marco Paolini (Sani! Teatro tra parentesi). Davanti a una metaforica parete impervia, oggi, mi fermo e ascolto. Rinuncio alla presa delle parole, nelle quali talvolta resta impigliata qualche volontà di dominio e, fianco a fianco (mano sulla mano, direbbe Carver) dell’altro, provo a vedere insieme a lui o a lei, dietro alla guglia, la Cattedrale.

P.S. A proposito di follie che invece non si superano: un anno e mezzo fa, un pomeriggio di luglio, pedalando con le mie inseparabili svettanti zeppe estive lungo l’alzaia, caddi dalla bici: quattro costole rotte e una contusione all’anca. Ma non sono sicura di aver imparato la lezione…

già pubblicato su @fuoritestata

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